Il termine sukeban (スケバン , anche scrivibile 女番 e スケ番) indica le bande femminili in voga in Giappone negli anni settanta. È una crasi delle parole suke ( ragazza) e banchō (番長 capo), e si riferisce solamente alle leader delle gang. 

Il termine era inizialmente usato soltanto dalle componenti delle bande, ma dal 1972 è stato usato anche dalla popolazione giapponese. La caratteristica principale delle sukeban sono i capelli vistosi, colorati o con la permanente, mentre come uniforme adottano il classico fuku alla marinara modificato, con calze colorate o la gonna allungata.

Le sukeban erano dedite alla prostituzione, al furto e alla violenza, e si scontravano più volte tra di loro. Solitamente erano ragazze emarginate o studentesse fallite che si riunivano in bande per contrapporsi in modo violento alla società giapponese. Le armi utilizzate erano catene, taglierini e lamette.

“La cosa inusuale è che nella yakuza le donne non hanno alcuna autorità e sono pochissime. L’esistenza di gang di sole donne è una vera stramberia nella cultura criminale sessista e maschilista giapponese,” spiega lo scrittore e criminologo giapponese Jake Adelstein. “Ma nel mondo in quegli anni si parlava di femminismo e liberazione, e forse allora si è iniziato a pensare che le donne hanno lo stesso diritto di essere stupide, promiscue, ardimentose e violente che hanno gli uomini.”

Come molte altre sottoculture giapponesi, le sukeban avevano un loro look distintivo. Al netto di tutte le modifiche fatte in casa, la loro uniforme ingannevolmente innocente consisteva in una gonna lunga a pieghe (in segno di protesta contro il ritratto sessualizzato delle adolescenti dominante al tempo), un fazzoletto da marinaio annodato sotto il collo, e le Converse. Completo di spillette, bottoni e armi di vario tipo, il loro look è diventato iconico e ha ispirato una serie di film sulla violenza femminile che al tempo catturavano il pubblico.

Se all’esterno dimostravano la loro rabbia verso il mondo attraverso piccoli crimini, risse con gang rivali e sniffando colle e diluenti, all’interno i membri della sukeban avevano un codice etico e morale e lo rispettavano rigidamente. La lealtà l’una verso l’altra era indiscutibile così come la gerarchia di ogni clan. Se si rubava il fidanzato ad una delle affiliate o le si mancava di rispetto, si era punite (le bruciature di sigaretta andavano per la maggiore).

Pensati per un pubblico adulto, questi exploitation movie hanno spianato la strada per la raffigurazione cinematografica delle donne criminali e violente. Il genere Pinky Violence [un genere violento ed erotico con al centro le sukeban] è così diventato il genere di riferimento della casa di produzione giapponese Toei Company, con titoli come Lynch Law ClassroomGirl Boss Guerrilla e School of the Holy Beast.

“Era un tipo di solidarietà radicale tra donne che non solo non era ancora mai stato vista al cinema fino a quel momento, ma che non si è mai più rivista dopo,” mi spiega Alicia Kozma, autrice di Pinky Violence: Shock, Awe and the Exploitation of Sexual Liberation. “Poiché le ragazze protagoniste dei film non erano quasi mai attrici professioniste, indossavano i loro vestiti e si facevano trucco e parrucco da sole, era un tipo di autenticità molto profonda e anche molto rara da trovare.”

L’eredità delle subekan è forte—quella che era iniziata come una gang di ladruncole con l’aiuto del boom economico e della crescente esposizione mediatica è diventata una componente essenziale della rappresentazione delle donne negli anni Settanta.

“Sono diventate la rappresentazione delle dicotomie sociali, culturali e politiche della società giapponese del tempo,” dice Kozma. “A un livello più ampio, universale, l’idea di donna che ‘si comporta male’ ha sempre attratto il pubblico, soprattutto perché in contrasto con il modo in cui tutti immaginano che una donna si debba comportare. Vedere una donna che oppone resistenza a queste aspettative è un’esperienza eccitante e catartica per molti.”

E non finisce qui. Amate o odiate, queste ragazze erano ovunque e, a seconda della posizione che uno ricopriva nella società giapponese di allora, trasmettevano un messaggio di apertura e potere o un messaggio da temere.

“Sono stati fatti moltissimi film, fumetti, libri, anime, e anche versioni porno di tutti i prodotti dedicati alle subekan,” ricorda Miller in riferimento al tempo passato a Osaka. “Per le donne della classe media, le subekan rappresentavano un lieto cambiamento rispetto ai personaggi mediatici più noti come Matsuda Seiko, con il loro essere infantili e ingenui. Per le ragazze che a scuola subivano il bullismo delle vere subekan, erano invece fonte di paura—come per i giapponesi la yakuza. Allo stesso tempo, anche qui come nel caso della yakuza, erano ammirate perché seguivano il loro codice etico e perché la lealtà alla gang era per loro il valore più importante.”

Nonostante ciò, in Giappone oggi l’eredità delle sukeban si è assopita. È difficile trovare articoli e materiale su queste donne; se i loro nomi sono ancora noti, la loro influenza è stata diluita dalle nuove ondate culturali straniere.

“Le girl gang sono molto più ibride e diffuse. Incorporano elementi delle generazioni precedenti ma anche elementi che vengono dagli Stati Uniti o da altri luoghi per creare nuovi modi ribellarsi o di manifestare la propria rabbia,” dice Miller.

La stessa cosa si può dire per il cinema. Anche se le sukeban sono ancora molto presenti nei cartoni animati per bambini, oggi la loro essenza è rappresentata soprattutto da film occidentali come Kill Bill.

“Quel tipo di sicurezza in se stesse, di coscienza sociale, il dito medio puntato contro la società tirannica, l’indipendenza ostentata al centro dei film di Pinky Violence sono tutti elementi che sono andati persi, purtroppo,” dice Kozma.

Adesso le ragazze delle gang girano in moto, hanno le unghie colorate e mostrano l’ombelico. Hanno uno stile molto più curato di quelle che le hanno precedute, sono coscienti della loro provenienza sociale e della struttura sociale nella quale vivono. Forse hanno davvero attuato una “romaticizzazione” dei principi valoriali delle sukeban—o, come la mette Adelstein, si tratta di un “deliberato tentativo di ricreare una gang che ha un che di mistico, partendo dai modi in cui era dipinta e non dal modo in cui davvero era.” Ma, fedeli alla tradizione, queste gang hanno trovato il proprio spazio l’individualismo e la ribellione—che è loro e di nessun altro.