Tra pochi giorni suonerà la prima campanella. Non solo nelle scuole italiane ma anche in quelle giapponesi, ritenute d’eccellenza dalla maggior parte delle classifiche internazionali, tra cui quella dell’Ocse. Non a caso, l’analfabetismo nel Paese è stato debellato quasi del tutto (il livello di alfabetizzazione secondo Index Mundi è al 99%). Eppure l’insoddisfazione e il malessere tra gli alunnirestano alti. Il primi di settembre, il contatore di suicidi del Paese registra infattiun picco drammatico tra gli adolescenti. Piuttosto che tornare sui banchi di scuola, tantissimi preferiscono togliersi la vita. Le due facce di una istruzione ferrea e spietata.

Il sistema educativo giapponese è composto da scuola elementare (sei anni), scuola media (tre anni), scuola superiore (tre anni), scuola media (due o tre anni) o università (quattro anni). I nove anni di scuola elementare e media sono considerati istruzione obbligatoria, con circa il 90% degli studenti che passano alla scuola superiore. Per gli studenti con disabilità, esiste un sistema chiamato “educazione di sostegno speciale” per sostenere iniziative verso l’indipendenza e la partecipazione sociale. Il sistema scolastico pubblico ha lezioni di cinque giorni alla settimana dal lunedì al venerdì. In linea di principio, l’anno scolastico inizia ad aprile e termina a marzo dell’anno successivo. La maggior parte delle scuole adotta un sistema a tre semestri, con il primo semestre da aprile ad agosto, il secondo semestre da settembre a dicembre e il terzo semestre da gennaio a marzo. C’è anche una pausa estiva (da fine luglio a fine agosto), una pausa invernale (da fine dicembre a inizio gennaio) e una pausa primaverile (da fine marzo a inizio aprile). In entrambe le scuole medie e superiori, ci sono sei periodi di lezione ogni giorno con lezioni generalmente della durata di 50 minuti. Dopo le lezioni, gli studenti puliscono la classe da soli su un sistema di turni e poi partecipano alle attività del club, come squadre di atletica o circoli culturali.

In questo video possiamo vedere gli alunni di una Scuola elementare Giapponese durante una vera e propria lezione di culinaria. Nelle scuole nipponiche non esiste la figura del bidello e nemmeno quella dell’inserviente. Sono i ragazzi a svolgere quelle funzioni, suddividendosi i compiti ed eleggendo ciclicamente i propri rappresentanti di classe. Si tratta di un meccanismo di democrazia partecipata che instilla fin da piccoli la convinzione di essere una parte del tutto, un ingranaggio all’interno di un sistema più complesso. All’ora di pranzo, a seconda della scuola, si mangia al banco il pasto che si è portato da casa, oppure – soprattutto alle elementari – si trasforma l’aula in una mensa, unendo i banchi per formare lunghe tavolate, dopodiché, i bambini di turno, con tanto di rete per i capelli, mascherina sul volto e guanti per rispettare l’igiene degli altri, servono i pasti.

LE DIVISE E LE MODE

Sebbene la società nipponica, osservata alla lente di un occidentale, possa apparire altamente competitiva e individualistica, il messaggio di fondo che la scuola tenta di veicolare è l’uguaglianza. Proprio per questo, la maggior parte degli istituti impone l’uso della divisa, così da ridurre a colpo d’occhio le differenze di censo: camicia bianca e pantaloni neri per i ragazzi, come imponeva il modello ottocentesco, e vestito alla marinara per le ragazze. In realtà, esiste comunque un’insana corsa alle divise firmate e molti studenti scelgono le scuole non tanto in base al piano formativo offerto o al prestigio, ma al tipo di divisa. Chi non accetta le regoledel gruppo, prova a ribellarsi nei limiti comunque del ferreo indottrinamento nipponico: i maschi evitando di portare la giacca, o sbottonandosi il colletto, le femmine indossando le calze ripiegate all’altezza delle caviglie. Ma, anche in questo caso, più che comunicare qualcosa, questi gesti sono spesso dettati dalle mode del momento.

LO SHIKEN JIKOKU: L’INFERNO DEGLI ESAMI

Le interrogazioni in Giappone sono pochissime. Ciò riduce a dismisura il rapporto empatico tra docente e alunni o, sostengono i giapponesi, i favoritismi. Quel che è certo è che gli studenti debbono provare per iscrittoquanto valgono: in poche ore si giocano il lavoro di anni. Anche perché sbagliare determinati esami significa compromettere definitivamente la propria carriera, essere costretti a diventare un inserviente anziché poter aspirare a un posto in un prestigioso studio legale. Ecco perché gli studenti parlano di shiken jigoku, l’inferno degli esami scolastici. La pressione della famiglia, della società e dei professori è tale che molti preferiscono non prendere parte alla competizione. Risultano in crescita i casi di mukatsuku(una apatia adolescenziale cronica) che porta al futoko, l’assenteismo scolastico o persino al suicidio.

LA GIORNATA TIPO INIZIA ALLE 6 E NON TERMINA PRIMA DELLE 20

Ciò che stressa maggiormente è però il doposcuola, che può comprendere le attività più varie: artistiche, teatrali, giornalistiche, sportive (soprattutto nuoto, karate, o la scherma nipponica, il kendō), l’arte dello shodō (la calligrafia) o lo studio di uno strumento musicale. Lo studente medio si alza alle 6 del mattino e non riesce a tornare a casa prima delle 20. Sono attività collaterali, eppure quasi più importanti di quelle curricolari. Non fare nulla è da sfigati, fare qualcosa, però, nell’ottica nipponica, vuol dire dovere dare tutto se stessi alla causa, anche se ciò costa fatica e sacrificio.



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